Tra le personalità di spicco del panorama contemporaneo, vincitore di due Palme d’oro, due César, un Leone d’oro alla carriera e, nel 2019, di un Oscar alla carriera, David Lynch, malato di una grave forma di enfisema, è morto a 78 anni. Un regista che si è sempre posto al crocevia di altre discipline artistiche, il suo avvicinamento al mondo della settima arte avviene nel 1967, dopo aver intrapreso gli studi a Filadelfia all’Accademia di Belle Arti, quando sviluppa l’idea di creare pitture in movimento col suo primo cortometraggio Six Figures.
Sin da allora è piuttosto evidente la sua attenzione verso il cinema come luogo di sperimentazione formale, di messinscena del corpo e della materia.
L’ esordio nel lungometraggio avviene dieci anni più tardi con Eraserhead – La mente che cancella, un insuccesso commerciale ben presto destinato a divenire un film di culto, grazie anche al suo immaginario surrealista.
Con The Elephant Man (1980), ambientato nella Londra vittoriana, Lynch, privilegiando una struttura narrativa più tradizionale rispetto alla sperimentazione del film precedente, rivela uno spiccato gusto per il melodramma e un’attenzione per le atmosfere e l’analisi degli stati d’animo. Tratto dal romanzo omonimo di Frank Herbert, con Dune il regista si misura con il genere fantascientifico.
Diretto nel 1986, Velluto blu offre una personale rilettura del noir.
Ma sono gli anni novanta a consacrare a livello internazionale David Lynch. In ambito televisivo dirige Twin Peaks, accettando la scommessa di misurarsi con la serialità della scrittura televisiva, con risultati piuttosto soddisfacenti, crea spot pubblicitari e prosegue ad occuparsi di pittura.
Dopo aver diretto Cuore selvaggio (1990), firma tre anni più tardi Fuoco cammina con me, che viene presentato in un primo tempo come prequel della serie di Twin Peaks. Segue Strade perdute, una nuova avventura visiva immersa in atmosfere angosciose di un crime story.
Una storia vera (1999)giunge come una meteora, segnando un brusco cambiamento, per la diversità tematica e stilistica, rispetto a quanto fino a quel momento aveva realizzato , soprattutto se lo si pensa collocato tra Strade perdute (1997) e Mulholland Drive (2001). La pellicola fa la sua prima comparsa a Cannes, alla cinquantaduesima edizione del festival. A bordo di un trattore tosaerba con un rimorchio contenente una tenda e alcuni generi di conforto, il settantatreenne Alvin Straight, un contadino dell’Iowa, ha deciso di andare a trovare il fratello ammalato, Lyle, nel Winsconsin, con cui non ha rapporti da anni, li separano quasi quattrocento chilometri. Un viaggio iniziatico à rebours, girato cronologicamente rispettando le fasi del tragitto, conduce inaspettatamente lo spettatore lungo quei paesaggi naturali che si alternano a scenari urbani, dove colori, ritmi, silenzi densi di parole, invadono lo schermo fino a ritrovarsi a contemplare la bellezza della volta celeste colma di stelle.
Mulolland Drive, doveva essere in origine l’episodio pilota di una serie poi non realizzata, il film “una semplice storia d’amore nella città dei sogni” è un noir onirico che riflette sulla presunta oggettività e la soggettività dell’immagine e della percezione.
Nel 2006 dirige Inland Empire – L’impero della mente, un “esperimento filmico”presentato alla sessantatreesima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.
Nel 2017 esce una nuova stagione della serie Twin Peaks.
Foto: By Gabriel Marchi from São Paulo, Brasil – lynch, 2008, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6032937




