Bahram Ark dopo aver girato la sua terza opera cinematografica, riscuotendo notevole successo in Europa, si reca ad un incontro presso il Ministero della Cultura, accompagnato dalla fidanzata sua coproduttrice, per chiedere la possibilità di poter proiettare il film nel suo paese, l’Iran. Ma qui dovrà scontrarsi con l’ottusità del regime, che del regista non solo disdegna le opere, non in linea con i dettami del Corano, ma gli “suggerisce” di abbandonare il realismo narrativo in favore del genere teologico.

Ciò che colpisce di Asgari, ma anche di molti altri film di registi iraniani, è il ritmo narrativo, la lentezza delle loro opere che descrive una realtà sociale complessa, ammantata dal torpore (fa sorridere quel continuo sax di sottofondo da musica jazzistica). La calma per descrivere la burocrazia, la censura, ecc., ma anche l’ineluttabile rapporto con le forze in campo e un profeta che a tutto provvede. Non solo, la calma anche come resistenza e perseveranza nell’accettazione di un simile vivere.

“Divine Comedy” possiede i toni della commedia, mai titolo fu più azzeccato per un film iraniano, in cui si racconta il cinema attraverso il cinema. Il nostro protagonista, Bahram Ark spesso confuso con l’altro fratello regista Bahman Ark (ricorre anche il tema del doppio con la figura del gemello), mi ha ricordato l’ironia e i panni (letteralmente) di un Woody Allen che, unita a una fisicità e una postura da “sfigato” (come lo definisce la fidanzata), sfiora il grottesco. Grottesco che mi ha rammentato il recente “Un semplice incidente” di Panahi, con personaggi caricaturali e macchiettistici come l’attore cocainomane e l’aiutante che strizzano l’occhio al peggior occidente consumistico.

Infine, segnalo che secondo i dettami del Corano i cani sono considerati impuri e il loro possesso è fortemente scoraggiato e limitato (nel 2025 è stato esteso il divieto di portarli a spasso all’aperto in ben 18 città iraniane).

Classificazione: 3.5 su 5.

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