Dopo la morte della madre, due sorelle dovranno “fare i conti” con il proprio padre a seguito di dissidi rimasti, nel tempo, insoluti. Da un lato Nora, attrice di teatro, e Agnes, ricercatrice storica, dall’altro Gustav, noto regista settantenne che da quindici anni non si cimenta più con la macchina da presa. Ora l’uomo “sente” di avere un nuovo, valido progetto tra le mani e vorrebbe proporre la parte della protagonista alla riottosa figlia maggiore, Nora. Ma la sceneggiatura svelerà un segreto, tenuto celato dal regista, che coinvolgerà intimamente la loro famiglia. Così passato e presente si intrecciano, come la forte dicotomia tra cinema e teatro.

L’opera di Joachim Trier, danese di nascita ma norvegese d’adozione, mi ha ricordato fortemente “Here” di Zemeckis (2024) con la casa fulcro del film e come luogo degli affetti. La casa che assorbe i sentimenti e le emozioni di chi la abita.

“Sentimental value” è il cinema che racconta il cinema, il backstage, la sua genesi, il doppio volto di un grande regista ma di un pessimo padre (spesso gli artisti sacrificano il proprio ambito familiare e privato, per il riconoscimento del pubblico). Un cinema che narra dinamiche familiari, i silenzi e le parole non dette. Il film, nonostante la sua cerebralità (non mancano tutti gli stilemi del cinema Bergmaniano), non teme le due ore e quindici di girato finale. È intenso, ma regge fino alla fine l’epilogo di un copione scritto da tempo. La risoluzione di un insoluto.

“Grand Prix Speciale della Giuria” al Festival di Cannes 2025. Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI. Golden Globe per il Miglior attore protagonista a Stellan Skarsgard. Nove nomination alla 98esima edizione degli Oscar 2026.

Classificazione: 3.5 su 5.

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