7 maggio 1945, dopo il suicidio del Fuhrer, il Reichsmarschall Hermann Goring si consegna, insieme alla famiglia, alle truppe alleate presenti in Austria.
Con la cattura del numero due del terzo Reich, unitamente ad altre figure cardine dell’establishment nazionalsocialista, si pensa a un processo internazionale, mai prima di allora avvenuto, che coinvolga i paesi vincitori (Stati Uniti, Francia, Inghilterra e Unione Sovietica) e porti alla sbarra di un tribunale l’alto comando tedesco, i fautori dell’Olocausto. Nell’approccio al procedimento giudiziario, attraverso la figura di uno psichiatra statunitense (Rami Malek che interpreta il tenente Douglas McGlashan Kelley), si vuole capire la psicologia di Goring, uomo astuto, egocentrico e minaccioso nella sua imponenza fisica.
Magistrale Crowe che schiaccia un Malek (la sua interpretazione non convince, il suo personaggio pare quasi forzato all’interno della sceneggiatura) che ha sempre il volto di Freddy Mercury in “Bohemian Rhapsody” (2018). I puristi del genere rimarranno delusi, infatti il film abbandona l’inquadramento storico per ritagliarsi, totalmente, su Crowe in modo quasi agiografico. Nonostante ciò il film “funziona” e fila via per le due ore e mezza di proiezione (cosa non semplice e da apprezzare come punto di forza).
Profetiche si sono poi rivelate le parole di Kelley (il suo libro “22 Cells in Nuremberg” venne ostracizzato in patria), che già all’epoca ci aveva avvertiti sul potere della propaganda e del fomentare odio nelle società democratiche (riferimento agli Stati Uniti stessi). Quel che accadde al palazzo di Giustizia di Norimberga (Germania) portò alla luce uomini che non erano il male assoluto (il “germe nazista” non esisteva), ma persone comuni investite di un grande potere. In conclusione: “L’unico indizio su ciò che l’uomo può fare è ciò che l’uomo ha fatto” (R.G. Collingwood, storico e filosofo).




