La settantenne Mahin vive il proprio stato di solitudine quotidiana, interrotto solo dalle telefonate delle amiche e della figlia che vive all’estero. Vedova da trent’anni non ha mai pensato di cercare un altro uomo, forse perché la società “le ha comunicato” che è troppo anziana per poter aspirare ad essere nuovamente felice. Ma, parlando con le amiche, si fa breccia in lei la convinzione di poter ancora conoscere un uomo. Di poter vivere una passione, una relazione che la faccia sentire ancora una donna, unica e desiderata. Ma qui non si parla di amore carnale (come potrebbe accadere in anni giovanili), qui si parla di condividere le proprie solitudini, di trascorrere del tempo insieme ascoltando musica, mangiando il proprio cibo preferito o bevendo quel vino inviso al regime.

Nella traduzione italiana si perde il senso del titolo originale “La mia torta preferita” e con esso una delle chiavi di lettura del film (l’amore che mette una donna nella preparazione del cibo, già sapendo quanto questo verrà apprezzato. Il tema della convivialità, e il valore insito, mi ha ricordato “Cous Cous” di Abdellatif Kechiche (2007)).

Nonostante la politica appaia solo sullo sfondo con un accenno alla rivoluzione islamica del 1979, palese è la vessazione del regime, come i guardiani della morale o una vicina impicciona, pronta alla delazione. E se la vita pubblica è sempre sotto l’occhio dell’oppressione, i giardini, i cortili e le case (v. anche “Leggere Lolita a Teheran” di Eran Riklis (2024)) sono i luoghi in cui vivere liberi da sguardi moralistici (ma al contempo prigioni quotidiane se vissute in solitudine, senza alcuna compagnia).

E se per un attimo una gioia alberga nel corpo di Mahin, affrancata dalla solitudine, il peso del corpo, la concrezione della carne, la fisicità degli anni (la vecchiaia) ripiomba in un finale che, nonostante la durezza del realismo (il film racconta la realtà senza addolcirla minimamente), rappresenta un assoluto atto d’amore.

Classificazione: 3 su 5.

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