Il confine tra Italia e Slovenia rappresenta il punto finale della rotta Balcanica, una tra le principali vie d’accesso all’Europa. Migliaia di persone, provenienti principalmente da Pakistan e Afghanistan, intraprendono questo lungo cammino al freddo e al gelo, attraversando le montagne e le Nazioni: Bosnia, Croazia, Slovenia, Italia. Sulle loro spalle uno zaino da 30-35 kg, per affrontare settimane di cammino (vestiti, cibo, acqua), ma anche la speranza di una vita migliore una volta raggiunta Trieste (il titolo è la descrizione dei loro sguardi una volta varcate le colline sopra alla città, che dividono l’Italia dalla Slovenia).

Il documentario di Matteo Calore, Stefano Collizzolli e Andrea Segre mette in luce uno dei confini delle rotte migratorie, tra i meno conosciuti. Quel nord-est in cui tra il 2020 e il 2022, con Lamorgese ministro degli interni prima e Piantedosi poi, venivano eseguite le “riammissioni informali”: operazioni che il Tribunale di Roma, nel gennaio 2021, le ha sancite come illegali. A parlarne i migranti che raccontano le proprie vicende, alternate a video girati con i loro telefonini, dalla gioia del raggiungimento dell’Italia alla tristezza per i propri amici o conoscenti periti lungo la rotta Balcanica; oltre alla consapevolezza dei propri diritti violati.

Il film nasce da un corpus principale di interviste effettuate a Trieste con giovani uomini (diventati adulti lungo il cammino) che ce l’avevano fatta, poi a Bihać, in Bosnia Erzegovina, luogo di transito di queste persone.

Mentre assistevo alla proiezione, e prendevo coscienza di questi “camminanti”, mi chiedevo quante persone, in quel preciso istante, stessero affrontando le montagne al di là dell’Adriatico. Ma anche la consapevolezza di essere fortunato per la mia nascita e di vivere in un Paese che non può dirsi una democrazia compiuta.

Classificazione: 3 su 5.

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