Dal romanzo della scrittrice iraniana Azar Nafisi, “Leggere Lolita a Teheran” narra la vicenda autobiografica dell’autrice nonché docente, negli anni ’80, di letteratura inglese all’università Allameh Tabatabei di Teheran.

Il film abbraccia, attraverso flash-back, un lasso temporale dal 1979 al 2003.

A seguito della rivoluzione di Khomeini, Azar e il marito (architetto) rientrano in patria con la speranza di un futuro migliore per il loro Paese (manca il prequel con un inquadramento storico). Ma le violenze e l’oppressione islamica, via via crescente, renderanno sempre più difficile la vita della protagonista e delle sue studentesse.

L’ausilio della letteratura come svincolo dall’oppressione rimane il tema fedele al libro, forse troppo, così come la forzata retrospezione con le quattro parti del film che corrispondono ad altrettanti romanzi: Il grande Gatsby, Lolita, Daisy Miller, Orgoglio e pregiudizio. Ma, alla fine, dei romanzi si parla poco perché prende il sopravvento la soffocante invivibilità sociale e una cruda realtà che non lascia spazio alla speranza.

La trama scorre, impalpabile, non lasciando molto allo spettatore rispetto ad altri film di quell’area geografica (v. la filmografia di Panahi, Rasoulof, Farhadi). Peccato, perché il regista israeliano Riklis ci aveva regalato perle come “La sposa siriana” (2004) o “Il giardino di limoni” (2008).

Interessante la dicotomia uomini/donne anche se sembra spinta all’eccesso, quasi stereotipata, nel complesso alcune figure maschili (il marito, l’ex collega professore, il custode, lo studente di rientro dal fronte) sembrano più sfaccettate rispetto alle femminili.

I balzi temporali impongono una disomogeneità narrativa (dal 1979-1980 si salta al 1995 per poi fare un passo indietro al 1988, poi ancora avanti al 2003).

Classificazione: 3 su 5.

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