1944: la tranquillità nel remoto villaggio trentino di Vermiglio viene incrinata dall’arrivo di un forestiero, un giovane soldato, di origini calabresi, reduce (o in fuga?) dalla Seconda Guerra Mondiale. La presenza del ragazzo genera fascinazione e interesse tra le giovani donne del luogo. Sarà Lucia, una delle figlie dell’insegnante di Vermiglio, ad innamorarsi di Pietro e farne breccia nel cuore con l’obiettivo di costruirsi un futuro insieme a lui.
Il film, girato tutto in dialetto trentino, unitamente alla sua lunghezza (200’) e alla lentezza del ritmo narrativo, mi ha riportato alla memoria l’ “Albero degli zoccoli” olminiano (1978). L’assonanza era stata notata anche dal direttore della Mostra del cinema di Venezia, Alberto Barbera. Ma la nostalgia della Delpero, nonostante le roboanti recensioni e il Leone d’argento (si spreca il sostantivo “incanto”), non ha destato il mio sopore cinematografico, anzi.
Film curato e ragionato nei minimi dettagli, ma al di sotto di quella patina di quiete cosa c’è? Cosa emerge da un affresco incantevole ma uniforme? Cosa incide? Cosa ci resta? Forse un pezzo di bravura della regista… ma la storia, la cartolina (Vermiglio è una cartolina da Azienda Per il Turismo della Val di Sole) cosa lascia?
La valle sembra ovattare il mondo circostante, nulla sappiamo del conflitto, così come i personaggi intrappolati in un apparente Paradiso. Poi quel mondo si frantuma per una colpa, sbattuta in prima pagina, non cercata, una condanna figlia delle azioni altrui.
Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI. Film vincitore di sei David di Donatello (film, regista, sceneggiatura originale, autore della fotografia, suono e produttore).




