Iran: una coppia, con la propria figlia, viaggia di notte in automobile. Nel tragitto investono un animale e, all’apparenza, la loro auto non ha subito conseguenze dall’impatto. Ma proseguendo il percorso, di rientro a casa, la vettura non sarà più in grado di rimettersi in moto. L’uomo, Vahid, decide così di rivolgersi al meccanico di un’autofficina che, vista l’ora tarda, si appresta a chiudere. Ma questa fermata imprevista innescherà dolorosi ricordi da parte del titolare dell’officina, convinto di riconoscere in Vahid il carnefice della propria prigionia nelle carceri iraniane.
Può un semplice incidente innescare una trama molto più complessa? Ebbene sì, soprattutto se per il regista, Jafar Panahi, rappresenta il primo film girato dopo la sua incarcerazione nella prigione di Evin. Un film che diviene elaborazione del proprio vissuto, delle conseguenze del carcere. Ma soprattutto sul dramma iraniano. Perdonare o non perdonare? La vittima può diventare carnefice? Non solo.
Ciò che affascina di questo lavoro è la punta d’ironia tra i personaggi, spesso goffi e quando si ammantano di ferocia non lo sono abbastanza. Citando “Aspettando Godot”, come battuta del film, Beckett costruisce una riflessione sull’insensatezza della vita umana e sulla frustrazione dell’agire o meno, così Panahi che ricrea un clima surreale, grottesco, drammatico ma anche comico. Il film arriva così a un punto di non ritorno quando, improvvisamente, l’ex carceriere comincia a confessare sotto gli schiaffetti di una delle donne del gruppo. Che fine ha fatto l’uomo così duro che, nonostante tutto, fino a un attimo prima continuava a professare la giustizia del regime, colpevoli o innocenti che fossero?
Vincitore della Palma d’oro a Cannes 2025. Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.




