Nella foresta che divide il confine tra Bielorussia e Polonia si colloca una delle rotte di passaggio per i migranti, speranzosi di accedere in Europa con la prospettiva di un futuro migliore. Flusso migratorio (Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Mali, Iran) alimentato dal governo bielorusso nel tentativo di mettere sotto pressione l’Unione Europea per fini politici, nonché di conquistare rilevanza nello scacchiere dei rapporti internazionali.

Sul confine si incrociano le vicende di una famiglia siriana, di una guardia di frontiera polacca, di un gruppo di attivisti e di una psicologa.

Con il taglio da docu-fiction, la regista polacca Agnieszka Holland mette in luce il confine orientale dell’Europa, confine “oscurato” dalla rilevanza degli eventi bellici della vicina Ucraina (nel finale è contenuta una forte critica al sistema di accoglienza e una non velata accusa di razzismo nelle scelte prese). Sbattute al di qua e al di là della frontiera alla stregua di oggetti, nessuno se ne vuole fare carico, le famiglie si disgregano, le donne incinte vengono picchiate, i corpi senza vita gettati oltre il filo spinato.

Per tanti aspetti si rivedono le dinamiche di un documentario come “Trieste è bella di notte” (2022) diretto da Matteo Calore, Stefano Collizzolli e Andrea Segre. Mentre un forte stato d’ansia accompagna lo spettatore per tutta la durata del film, oltre alla consapevolezza che fili spinati, militari armati e cani digrignanti ricordano scene da campi di concentramento nazista.

E l’Europa dov’è? Chiede la psicologa. Una delle attiviste, ridendo, le dice che l’Europa è proprio questa. E l’empatia, l’umanità, la compassione dove sta di casa? La carità cristiana? Paradossalmente Agnieszka Holland è stata aspramente criticata e boicottata in patria.

Premio speciale della giuria all’80ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.

Classificazione: 4 su 5.

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