In una notte veneta, tra cicchetti e un ultimo bicchiere di birra, Carlobianchi e Doriano vagano tra bevute e ricordi di una gioventù passata, in attesa di ritrovare il loro amico Genio (Eugenio) di ritorno dall’Argentina dopo un periodo di forzata latitanza. Aspettando il terzo elemento della “banda” conosceranno Giulio, uno studente di architettura all’università di Venezia, ragazzo molto distante dai due ma che si lascerà coinvolgere, suo malgrado, da quei quasi sessantenni, ubriachi cronici.
“Le città di pianura” è un road movie malinconico dal sapore retrò… quanto è retrò quell’imprenditore che scimmiotta l’atterraggio in elicottero di un Berlusconi di fine anni ’80! Tra una bevuta e l’altra non possiamo che sorridere dei due protagonisti, ancorati a un tempo trascorso, sfiorito da un pezzo. In una provincia, il ricco Veneto, che lascia spazio alla crisi economica e alla disillusione. “Quando crescerete? Siamo troppo vecchi ormai per crescere” risponde Doriano in una battuta che è già divenuta iconica.
Aspettando Genio, che nel frattempo dei due amici non sa che farsene, c’è Giulio quasi rapito dai due e che con loro percorre una sorta di iniziazione alla vita, conoscendo un modo nuovo, lui timido, quasi bloccato, di approcciarsi alla vita… con più leggerezza.
Francesco Sossai racconta il tempo della vita e non ha bisogno di una trama, ma di due ubriaconi che con le loro movenze uniscono il Veneto antico (’80-’90) con quello moderno (2025). Tra chiacchiere, bevute e tappe assurde, come il memoriale Brion (dell’architetto Carlo Scarpa) vero feticcio di Giulio, le città si susseguono e quel Veneto così esteso, dal mare ai monti, diventa improvvisamente piccolo e monocorde, così intervallato da bar e bacari.
Commedia umana alla Kaurismaki con un pizzico di “Amici miei”, il film porta in sé una poetica e brilla di autenticità in una sorta di cinema del reale.
Miglior film italiano per il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. Vincitore di 8 David di Donatello.




