Estate 1949: lo scrittore tedesco Thomas Mann, rifugiatosi negli Stati Uniti dopo l’ascesa del Nazionalsocialismo, viene richiamato in patria, divisa dalle forze Alleate, per ricevere due riconoscimenti. Lo scrittore diventa così un simbolo della nuova Germania, caduta a ovest nelle mani americane e a est in quelle sovietiche. Accompagnato dalla figlia, farà un viaggio tra le macerie degli edifici e le conseguenze di due nuove ideologie del mondo che hanno solamente sostituito il precedente regime.

Ciò che colpisce di più di questo film sono le inquadrature, ognuna rappresenta un equilibrio di luci e ombre, pieni e vuoti; scelte registiche mai banali, ma studiate nei minimi dettagli. Sono, azzarderei, delle fotografie animate (Łukasz Żal è il direttore alla fotografia anche in “Hamnet” e “La zona d’interesse”). Così come il formato quasi quadrato 4:3, il b/n (marchio di fabbrica di Pawlikowski) e il prevalente utilizzo della camera fissa (solo la passeggiata della figlia tra le piante e le statue ne diviene l’eccezione).

Molte sono le chiavi di lettura per questo film che rientra pienamente nel cinema d’autore: pensiamo alla dicotomia Germania del passato/Germania del presente, Stati Uniti/URSS, Francoforte/Weimar, vita pubblica/vita privata. L’opera va a completare la trilogia storica inaugurata da Pawlikowski con “Ida” (2013) e proseguita con “Cold War” (2018).

La figura di Goethe, attraverso Mann, dovrebbe diventare il trait d’union per riunire i tedeschi, dell’est e dell’ovest, in una nuova Germania ancora lontana da immaginarsi. Un simbolo condiviso che però risulta troppo remoto per “scaldare” gli animi di un pubblico mummificato, quasi cartonato, che ascolta impassibile senza battere ciglio. Proprio come Mann e i suoi figli, con cui i rapporti sono freddi, asciutti, anaffettivi. Ma forse Bach salverà il mondo… e l’Europa!

Designato film della critica dal SNCCI. Miglior regia a Cannes 79.

Classificazione: 4 su 5.

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